UN VIVAIO PER LA FLORA DELLE DUNE

UN VIVAIO PER LA FLORA DELLE DUNE

Il progetto LIFE REDUNE prevede interventi di riconnessione e ripristino di 92.000 mq di dune mobili e di riqualificazione e/o espansione di 823.000 mq di habitat di dune di transizione e fisse, variamente alterati dai fattori di perturbazione dovuti all’azione umana.

Il ripristino dei preziosi habitat litoranei si può raggiungere da un lato agendo sul contenimento dell’impatto dovuto alla fruizione turistica e dell’erosione e dall’altro ricreando gli habitat dunali attraverso l’impianto di piante autoctone che accelerano i tempi di ricostruzione del manto vegetale.

LIFE REDUNE sta “ricucendo” gli habitat dunali, con 151.000 piante autoctone, germinate ed elevate in serra, così suddivise:

  • habitat delle dune mobili 2110 e 2120 (Ammophila arenaria, Elymus farctus, Echinophora spinosa,Medicago marina, Eryngium maritimum, Euphorbia paralias, Calystegia soldanella e altre): n. 35.000
  • habitat della serie edafo-xerofila 2130* (Teucrium polium, Fumana procumbens, Sanguisorba minor, Lomelosia argentea, Centaurea tommasinii, Globularia bisnagarica, Koeleria macrantha, Heliantemum nummularium ssp. obscurum e altre): 45.000
  • habitat 2250* (Juniperus communis, Crataegus monogyna Berberis vulgaris, Viburnum lantana, Phillyrea angustifolia e altre): 55.000
  • habitat 2270* (Phllyrea angustifolia, Asparagus acutifolius, Rubia peregrina, Smilax aspera e altre) : 15.000
  • Stipa veneta*: 1.000

Le piantine native accelerano i tempi di ricostruzione del manto vegetale laddove danneggiato, al contempo sottraendo terreno alle dannose specie aliene invasive. Secondo studi condotti dall’Università Cà Foscari, ad esempio la specie aliena invasiva Oenothera stuchii sembra subire negativamente gli esiti di una elevata copertura del suolo da parte di specie native, laddove per contro prolifera nei punti più degradati da calpestio ed erosione che, spogliando il suolo dal cotico erboso naturale, lo rendono soggetto all’invasione di questa ed altre piante indesiderate.

Stipa veneta è una specie prioritaria a forte rischio di estinzione di cui rimangono in natura meno di 300 individui maturi.

Alcune delle piante più spinose degli habitat 2250* e 2270* sono impiegate per la costituzione di sistemi di interdizione viventi, in sinergia con passerelle, recinzioni e cartelli informativi, per promuovere l’utilizzo solo dei passaggi consentiti per raggiungere la spiaggia.

A monte degli interventi di ricostruzione c’è pertanto una impegnativa azione vivaistica, condotta dal Centro Biodiversità Vegetale di Veneto Agricoltura a Montecchio Precalcino (Vicenza). Struttura regionale specializzata nella moltiplicazione di piante native, il Centro di fatto opera trasformando i semi raccolti in natura in piantine impiegabili negli interventi di ripristino sul territorio.

Una sequenza di azioni che comincia dalla ricerca, in natura, delle popolazioni di piante selvatiche idonee a fornire seme in quantità e qualità adeguate a poter garantire la “produzione” del numero di piantine richieste dal progetto. Questa prima, fondamentale fase prevede sopralluoghi sul territorio e presuppone competenze botaniche, occhio allenato ed esperienza. Una volta individuati i popolamenti selvatici più idonei, di solito quelli con un elevato numero di individui, si procede alla raccolta del seme, con massima attenzione ad organizzare le giornate di raccolta al momento giusto. Se il seme non è ancora maturo, infatti, la raccolta va rinviata e si è perciò compiuta una uscita “a vuoto”: una perdita di tempo e l’inutile percorrenza di centinaia di chilometri. Se al contrario, ancor peggio, si arriva troppo tardi, il seme è già caduto e non è più disponibile. La Natura raramente concede repliche e arrivare in ritardo anche di una sola settimana può talora costringere a rinviare di un tempo assai lungo la produzione delle piantine.

Si pensi che, per molte di queste specie, dal giorno in cui si raccoglie il seme fino al raggiungimento dell’idoneo grado di sviluppo della piantina da esso ottenuta può trascorrere quasi un anno e mezzo. Per questo il periodo ottimale di raccolta, tutt’altro che costante negli anni in quanto soggetto alla diretta influenza del clima e alla sua imprevedibile variabilità, viene valutato con molta cura dagli operatori e spesso si preferisce qualche uscita a vuoto in anticipo ad una ben più rovinosa uscita tardiva. E’ interessante notare che, per gran parte delle specie di questi ambienti, la maturazione del seme è estiva. La raccolta avviene perciò nelle calde mattinate d’estate: tra gli sguardi curiosi dei turisti in costume si muovono strani tipi con gilet giallo, muniti di sacchetti, guanti e forbici.

Una volta raccolto il seme, questo viene trasferito in vivaio dove, a seconda delle esigenze delle diverse specie, viene sottoposto a differenti trattamenti. I semi infatti spesso manifestano varie forme di “dormienza”, cioè non germinano subito appena seminati. Si tratta di adattamenti evolutivi delle piante, le quali non si fanno trarre in inganno da condizioni favorevoli alla germinazione che, in natura, possono rivelarsi effimere: acqua e temperature miti possono infatti essere seguite da siccità, calore o gelo.

I semi germinano pertanto quando in vivaio si riesce a simulare il soddisfacimento di una serie di esigenze, variabili tra le diverse specie. La semina viene effettuata nei contenitori alveolari: di norma si tratta di contenitori in plastica o polistirolo a 32 o 45 fori, riempiti di idoneo substrato, corrispondenti ad altrettanti “vasetti” nei quali vegeterà, per il tempo necessario allo sviluppo, la singola pianta. Particolarmente importante è la scelta del substrato di coltura, un miscuglio di torba e altri materiali, adattato e “personalizzato” dagli operatori in base alle peculiari esigenze di queste piante dunali, “progettate” dalla Natura per la vita sulla sabbia. Si tratta di uno degli ambienti più estremi dei nostri climi, con condizioni di vita talora impossibili per gran parte delle piante di altri habitat, e soprattutto molto diverse da quelle ottenibili in un vivaio. A quelle condizioni, e non ad altre, le nostre piante dunali sono tuttavia perfettamente adattate, e con esse deve necessariamente fare i conti chi pretende di coltivarle in un contesto artificiale, peraltro molto lontano dal mare. Una volta nate, le giovanissime piante sono sottoposte ad una costante minaccia da parte di predatori potenziali quali funghi, muffe, insetti, e per mantenerle sane lo sforzo assiduo, per tutti i mesi di coltivazione in vivaio, è soprattutto quello di soddisfarne le esigenze idriche in modo da renderle forti e resilienti ai sempre possibili attacchi biotici. I lotti di piante sono perciò sotto costante monitoraggio, finalizzato a mantenere un delicato equilibrio idrico evitando il disseccamento come pure l’eccessiva idratazione dei “pani di terra” in cui le giovani piante affondano le proprie radici.

I semi, una volta raccolti, e le piantine che ne derivano trascorreranno complessivamente nel vivaio parte dell’estate, l’autunno, l’inverno, la primavera e l’intera estate successiva: stagione, quest’ultima, decisiva per lo sviluppo completo dei fusti e delle foglie. Finalmente giunge il secondo autunno, il tempo cioè in cui le nostre piante tornano a casa: è trascorso più di un anno da quando mani esperte avevano prelevato i semi dalle piante madri, ed ora sono piantine ben sviluppate, pronte ad essere affidate ad altre mani esperte, quelle degli operatori incaricati della messa a dimora negli interventi di ripristino previsti dal progetto LIFE REDUNE.

A queste giovani piantine viene affidato il compito di colonizzare i suoli erosi e spogliati dal degrado, i boschi resi artificiali dall’impianto di inospitali e monotone pinete. Il loro patrimonio genetico, selezionato dall’evoluzione e adattato a rispondere all’inclemenza delle condizioni pedoclimatiche proprio grazie al fatto che la raccolta del seme è stata operata poco lontano, è la migliore garanzia di successo per questa difficile missione.

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